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9 Settembre 2026

Verso una catena di fornitura più ESG l’effetto a cascata sulle PMI

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Negli ultimi anni, la sostenibilità è diventata un tema centrale per le aziende di tutte le dimensioni. L’introduzione della Dichiarazione Non Finanziaria (DNF) ha segnato un passo importante in questa direzione, richiedendo alle grandi aziende di rendicontare le loro performance in materia di ambiente, sociale e governance (ESG).

Tuttavia, l’impatto della DNF non si è limitato alle grandi aziende. Ha avuto un effetto a cascata, coinvolgendo anche le piccole imprese che fanno parte delle loro catene di fornitura.

Cos’è l’effetto a cascata della DNF?

L’effetto a cascata si verifica perché le grandi aziende, obbligate a redigere la DNF, richiedono ai propri fornitori di fornire informazioni sulle loro performance ESG. Questo significa che anche le piccole imprese, pur non essendo obbligate per legge a redigere la DNF, devono comunque considerare e migliorare le proprie performance ESG per poter continuare a collaborare con i loro clienti più grandi.

Esempi di come l’effetto a cascata sta influenzando le piccole imprese:

Un’azienda automobilistica potrebbe richiedere ai propri fornitori di componenti di ridurre le emissioni di CO2 nel loro processo produttivo.
Un’azienda di abbigliamento potrebbe richiedere ai propri fornitori di cotone di utilizzare metodi di coltivazione sostenibili.
Un’azienda di prodotti alimentari potrebbe richiedere ai propri fornitori di agricoltori di adottare pratiche agricole rispettose dell’ambiente.

Perché le piccole imprese dovrebbero “occuparsi” dell’ESG?

Oltre all’obbligo di rispondere alle richieste dei grandi clienti, ci sono diverse ragioni per cui le piccole imprese dovrebbero preoccuparsi dell’ESG:

Miglioramento della reputazione aziendale: Le aziende che dimostrano di essere impegnate nella sostenibilità sono sempre più apprezzate da clienti, investitori e partner commerciali.
Riduzione dei rischi: Le aziende con buone performance ESG sono meno esposte a rischi ambientali, sociali e di governance, come ad esempio multe, sanzioni legali o danni alla reputazione.
Maggiore accesso al credito e ai capitali: Le aziende con buone performance ESG possono accedere a condizioni di finanziamento più favorevoli.
Incremento dell’innovazione: L’adozione di principi ESG può stimolare l’innovazione e lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi più sostenibili.
Maggiore fidelizzazione dei dipendenti: I dipendenti sono sempre più attratti da aziende che si impegnano per la sostenibilità.

Come possono le piccole imprese migliorare le loro performance ESG?

Esistono diverse azioni che le piccole imprese possono intraprendere per migliorare le loro performance ESG:

Misurare le proprie performance ESG: Il primo passo è quello di raccogliere dati sulle proprie performance ESG. Esistono diversi strumenti e risorse disponibili per aiutare le piccole imprese in questo processo.
Stabilire obiettivi ESG: Una volta misurate le proprie performance, le aziende possono stabilire obiettivi ESG concreti e misurabili.
Implementare un piano d’azione: Le aziende devono quindi sviluppare e implementare un piano d’azione per raggiungere i propri obiettivi ESG.
Comunicare le proprie performance ESG: È importante comunicare le proprie performance ESG ai clienti, investitori, dipendenti e altri stakeholder.

L’effetto a cascata della DNF sta spingendo anche le piccole imprese a considerare e migliorare le proprie performance ESG. Le aziende che si impegnano in questa direzione possono ottenere numerosi benefici, tra cui una migliore reputazione aziendale, una riduzione dei rischi e un maggiore accesso ai capitali.

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Francesco Cacchiarelli economista di impresa dal 1989 

Iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Viterbo, al numero 084 sezione A, anzianità 1989 

Iscritto nel Registro dei Revisori Legali MEF, al numero 103287 sezione A, anzianità 1999 

La Dichiarazione Non Finanziaria (DNF) è un documento che rendiconta le performance di un’azienda in materia di ambiente, sociale e governance (ESG). Si tratta di un’informazione complementare al bilancio tradizionale, che fornisce una visione più completa dell’impatto di un’azienda sulla società e sull’ambiente. L’obbligo di redigere la DNF in Italia è stato introdotto con il Decreto Legislativo n. 254 del 30 dicembre 2016. 

In generale, la DNF dovrebbe includere le seguenti sezioni:
Informazioni sul contesto aziendale: descrizione dell’azienda, del suo modello di business e delle sue principali attività.
Identificazione dei rischi e delle opportunità ESG: individuazione dei principali rischi e opportunità ESG che l’azienda deve affrontare.
Politiche e strategie ESG: descrizione delle politiche e delle strategie messe in atto dall’azienda per gestire i rischi e le opportunità ESG.
Performance ESG: rendicontazione delle performance dell’azienda in materia di ambiente, sociale e governance.
Indicatori di performance: definizione degli indicatori di performance utilizzati per misurare le performance ESG dell’azienda.
Informazione su eventuali piani di miglioramento: descrizione dei piani di miglioramento che l’azienda intende implementare per migliorare le sue performance ESG.

Aggiornamento 2026 – L’effetto a cascata è diventato un criterio di selezione

A distanza di alcuni anni, l’effetto a cascata descritto nel sopracitato articolo non è più soltanto una previsione.

È diventato un elemento concreto nei rapporti tra PMI, grandi clienti e sistema bancario.

Le imprese capofila non chiedono più ai fornitori soltanto informazioni sulle emissioni, sui consumi energetici o sulla gestione dei rifiuti.

Vogliono comprendere se il fornitore è organizzato, finanziariamente equilibrato e capace di garantire continuità operativa.

La domanda non è più soltanto:

“Il tuo prodotto rispetta i requisiti richiesti?”

Sempre più spesso diventa:

“La tua impresa sarà ancora in grado di consegnare tra sei mesi, un anno o tre anni?”

Dalla sostenibilità ambientale alla governance della filiera

La lettera “G” di ESG sta per Governance.

Per una PMI, governance significa saper dimostrare come vengono:

monitorate la liquidità e la sostenibilità finanziaria;

analizzati i margini per cliente, prodotto o commessa;

gestiti i rischi operativi e di filiera;

controllata la dipendenza da pochi clienti o fornitori;

affrontata l’eventuale perdita di persone chiave;

attribuiti ruoli, deleghe e responsabilità;

rilevati tempestivamente segnali di squilibrio o crisi.

Questi elementi stanno entrando progressivamente nei questionari di qualifica, negli audit dei fornitori e nelle valutazioni periodiche svolte dalle grandi aziende.

La capofiliera non acquista più soltanto un bene o un servizio. Acquista anche la ragionevole certezza che il fornitore sappia governare la propria impresa e garantire continuità alla catena produttiva.

Il collegamento con la UNI/PdR 167:2025

La supply chain non obbliga formalmente una PMI ad adottare o certificare la UNI/PdR 167:2025.

Tuttavia, può obbligarla di fatto a dimostrare proprio ciò che la prassi organizza: l’esistenza di un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa.

La UNI/PdR 167:2025 rappresenta quindi uno strumento operativo per trasformare un obbligo generale in un sistema verificabile.

Consente all’impresa di dare evidenza, tra l’altro, di:

processi decisionali strutturati;

flussi informativi verso gli amministratori;

pianificazione economica e finanziaria;

controllo della tesoreria;

monitoraggio delle marginalità;

mappatura e gestione dei rischi;

procedure di controllo;

sistemi di allerta e azioni correttive.

In questo senso, la PdR può diventare un vero e proprio passaporto commerciale.

Non perché la certificazione garantisca automaticamente l’ingresso in una filiera, ma perché aiuta la PMI a fornire evidenze indipendenti sulla qualità del proprio sistema di governo.

La supply chain non ti obbliga per legge alla PdR 167. Ti obbliga però sempre più spesso a dimostrare ciò che la PdR disciplina.

Anche la banca sta chiedendo più informazioni

Lo stesso fenomeno si sta verificando nel rapporto banca-impresa.

Dall’11 gennaio 2026 le nuove Linee guida EBA sulla gestione dei rischi ESG sono applicabili agli intermediari bancari. Le banche devono rafforzare l’identificazione, la misurazione, la gestione e il monitoraggio dei rischi ambientali, sociali e di governance.

Questo non significa che ogni PMI debba necessariamente possedere un rating ESG o una certificazione.

Significa, però, che la banca avrà sempre maggiore necessità di comprendere:

l’esposizione dell’impresa ai rischi ambientali e climatici;

la capacità di sostenere gli investimenti necessari;

la qualità della governance;

l’affidabilità dei dati aziendali;

la solidità della pianificazione finanziaria;

la capacità di reagire a eventi avversi;

la sostenibilità prospettica del debito.

Quando l’impresa non produce dati, la valutazione non si ferma. La banca può ricorrere a informazioni esterne, medie settoriali, stime e parametri standardizzati.

Il rischio è che una PMI virtuosa, ma poco organizzata sul piano informativo, venga valutata come una qualsiasi impresa del proprio settore, senza riuscire a far emergere i propri punti di forza.

Non è quindi corretto affermare che l’assenza di dati ESG determini automaticamente un aumento del tasso. È però ragionevole sostenere che una minore trasparenza può rendere più prudente la valutazione del rischio e ridurre la capacità negoziale dell’impresa.

La banca non cerca semplicemente un “bollino verde”. Cerca dati attendibili, processi di controllo, piani realistici e capacità prospettica di rimborso.

Una sola base informativa per clienti e banche

Il vero obiettivo per la PMI non dovrebbe essere compilare ogni volta questionari diversi.

Occorre costruire una base informativa unica, aggiornata e coerente, utilizzabile nei rapporti con:

clienti e capofiliere;

banche;

assicurazioni;

investitori;

enti pubblici;

organismi di certificazione.

In questa prospettiva possono integrarsi:

il VSME, per organizzare l’informativa volontaria di sostenibilità;

la UNI/PdR 167:2025, per strutturare e rendere verificabili gli adeguati assetti;

i sistemi ISO, per presidiare specifici processi ambientali, sociali, organizzativi e di sicurezza;

il controllo di gestione, per collegare rischi e obiettivi ai numeri aziendali.

Il punto non è produrre più documenti.

Il punto è diventare un’impresa leggibile.

La nuova selezione delle PMI

L’effetto a cascata sta creando una nuova distinzione tra fornitori.

Da una parte ci sono imprese che lavorano bene, ma restano scatole nere: pochi dati, scarsa pianificazione, decisioni concentrate nell’imprenditore e informazioni prodotte soltanto quando vengono richieste.

Dall’altra ci sono imprese che, pur essendo piccole, conoscono i propri numeri, monitorano i rischi, pianificano la liquidità e sanno dimostrare come vengono prese le decisioni.

È questa seconda categoria che sarà sempre più favorita nelle filiere evolute e nel dialogo con il sistema bancario.

La sostenibilità, quindi, non è più soltanto una questione ambientale o reputazionale.

È diventata una questione di governance, affidabilità e continuità aziendale.

Per una PMI, prepararsi oggi significa difendere contemporaneamente due asset fondamentali: i clienti migliori e l’accesso al credito.

UNI/PdR 167:2025

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