Dino Buzzati, maestro indiscusso della narrativa italiana del Novecento, ci offre con “Sette piani” (1 edizione 1937) un’opera introspettiva e profondamente umana. Ambientato in un ospedale, il romanzo narra la storia di Giuseppe Corte, un uomo che, ricoverato per una malattia non meglio specificata, intraprende una discesa inesorabile verso i piani inferiori dell’edificio, sempre più vicino alla morte. Ma “Sette piani” non è solo un racconto di malattia e ospedalizzazione, è un’allegoria della vita stessa, un’indagine sulla condizione umana e sull’ineluttabilità del destino.
L’ineluttabilità del destino e la morte: La discesa di Corte è un simbolo della fragilità dell’esistenza e dell’impossibilità di sfuggire alla morte. Il protagonista, come tutti noi, è destinato a percorrere un cammino prestabilito, verso un destino ineluttabile. Buzzati ci invita a riflettere sul senso della vita di fronte alla consapevolezza della nostra finitezza.
La solitudine e l’alienazione: L’ospedale, anziché essere un luogo di cura e di solidarietà, diventa per Corte una prigione esistenziale. La malattia lo isola dagli altri, lo rende diverso e lo spinge verso una profonda solitudine. L’alienazione è un tema ricorrente nel romanzo, che sottolinea la difficoltà di comunicare e di stabilire relazioni autentiche in un mondo sempre più complesso e individualista.
La burocrazia e la perdita di umanità: La burocrazia ospedaliera, con le sue regole rigide e i suoi funzionari impassibili, rappresenta una forza impersonale e alienante che toglie all’individuo ogni possibilità di scelta e di controllo sulla propria vita. La perdita di umanità è un altro tema centrale del romanzo, che denuncia la deumanizzazione provocata dalla società moderna.
Il tempo e la sua dimensione soggettiva: Il tempo è un protagonista silenzioso ma inesorabile di “Sette piani”. Il protagonista è prigioniero del tempo che passa, inesorabile e implacabile. La consapevolezza della propria mortalità genera in Corte un senso di angoscia e di impotenza.
L’ospedale come microcosmo della società: L’ospedale, in questo romanzo, non è solo un luogo fisico, ma diventa una metafora della società stessa, con le sue gerarchie, le sue ingiustizie e le sue contraddizioni.
I sette piani: I sette piani dell’ospedale rappresentano le diverse fasi della vita, dalla nascita alla morte. La discesa di Corte simboleggia il percorso inevitabile verso la fine.
La malattia: La malattia non è solo una condizione fisica, ma diventa una metafora della condizione umana, con le sue fragilità e le sue contraddizioni.
La luce: La luce, presente in alcuni passaggi del romanzo, rappresenta la speranza, la vita, ma anche la consapevolezza della propria finitezza.
I sette piani dell’ospedale non sono quindi solo semplici livelli architettonici, ma rappresentano una metafora potente della vita e della condizione umana. Ciascun piano corrisponde a una fase del percorso esistenziale, a un grado di avvicinamento alla morte.
Il settimo piano: l’illusione della salute
Il settimo piano, dove alloggia inizialmente Giuseppe Corte, è il piano più alto, quello riservato ai pazienti con le forme più lievi della malattia. È un’illusione di benessere, una tregua temporanea prima dell’inevitabile discesa. Simboleggia la giovinezza, la salute e l’illusione di poter sfuggire al tempo.
La discesa inesorabile: Man mano che Corte si sposta verso i piani inferiori, la sua condizione sembra peggiorare, ma in realtà è la sua consapevolezza della morte che aumenta. Ogni piano rappresenta una tappa più vicina alla fine, un avvicinamento all’ignoto.
Il primo piano: la soglia della morte
Il primo piano è il luogo più vicino alla morte, un limbo dove i pazienti attendono la fine. È un luogo oscuro e misterioso, un simbolo dell’ignoto e dell’ineluttabilità del destino.
“Sette piani” può essere messo in relazione con altre opere che esplorano temi simili, come “Il deserto dei tartari” e “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. In tutti questi casi, i protagonisti si trovano di fronte all’ineluttabilità del tempo e della morte, e sono costretti a confrontarsi con l’assurdità dell’esistenza.
Il deserto dei tartari e Sette piani condividono il tema dell’attesa: il protagonista di “Sette piani” attende la morte, così come il protagonista del romanzo di Buzzati attende invano un nemico che potrebbe mai arrivare. Entrambe le opere ci mostrano l’angoscia dell’attesa e la vanità di sperare in un futuro diverso da quello che ci è riservato.
Il settimo sigillo di Bergman ci offre un’altra potente rappresentazione del confronto con la morte. Il cavaliere medievale, interpretato da Max von Sydow, gioca a scacchi con la Morte, cercando di ritardare l’inevitabile. Come in “Sette piani”, anche in questo film la morte è una presenza costante e ineluttabile, che incombe sull’esistenza umana.
“Sette piani” è un romanzo che lascia un segno profondo nel lettore, inducendolo a riflettere sulla propria esistenza e sulla fragilità della vita. L’opera di Buzzati ci invita a vivere ogni momento con intensità, consapevoli della nostra finitezza, ma anche della bellezza e della complessità dell’esistenza.
“Sette piani” è un’opera che trascende i confini del romanzo realistico, offrendo al lettore un’esperienza introspettiva e universale. Attraverso la storia di Giuseppe Corte, Buzzati ci invita a riflettere sulla condizione umana, sull’ineluttabilità del destino e sulla solitudine dell’individuo. Un romanzo che, nonostante sia stato scritto molti anni fa, conserva ancora oggi tutta la sua attualità e la sua capacità di emozionare.
Trattato di funambolismo di Philippe Petit