La seconda edizione dell’indagine sugli effetti della pandemia da covid-19 per le imprese italiane, curata dal Centro Studi Confindustria e dall’Area Affari Internazionali di Confindustria, ha il merito di presentare una panoramica dall’interno del tessuto imprenditoriale nazionale.
Tale visione, infatti, seppur parziale (alla chiusura del 14 aprile 2020 hanno risposto 4.420 imprese e dopo la pulitura dei dati il campione è stato di 4.154 unità) restituisce un quadro generale non privo di criticità e allo stesso tempo molto utile per una riflessione generale sugli interventi da attuare, tanto da parte dei decisori politici, quanto degli imprenditori stessi.
A differenza della prima indagine avvenuta tra la fine di febbraio e le prime settimane di marzo 2020, quando l’emergenza non si era ancora manifestata appieno, l’impatto negativo del coronavirus ha riguardato la quasi totalità delle imprese (97,2% contro il 67,2%) ed è aumentata l’entità media del danno subito (le imprese con problemi molto gravi sono risultate il 43,7%, contro il 14,4% della precedente indagine).
Un dato molto interessante riguarda le quote di aziende aperte (o parzialmente aperte) e di aziende chiuse e il conseguente impiego del capitale umano.
All’indomani delle disposizioni di chiusura in base ai codici ATECO previsti dai DPCM del 22/3/2020 e del 25/3/2020, oltre il 70% delle imprese è risultata chiusa, di cui il 36,5% con chiusura totale e il 33,8% parziale; è rimasta aperta l’attività per il 29,7% delle aziende.
Tra le attività aperte, il 26,4% ha attivato modalità di smart working, mentre il 43% dei dipendenti risulta essere inattivo, per quasi la metà nelle piccole imprese, per lo più nel settore delle attività di servizi di alloggio e ristorazione (90,9%) e del noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (65,0%).
Analizzando il fenomeno dello smart working per le dimensioni aziendali, sono le micro-imprese ad averne incrementato maggiormente l’utilizzo (+34,7%), mentre sono le medie aziende ad avere il numero più elevato di dipendenti che lavorano ancora in sede (31,5%).
Dall’analisi su base regionale si evince che lo smart working sia particolarmente diffuso nelle regioni del Nord e del Centro Italia, con alcune eccezioni (Campania, 53,0%; Lazio 45,0%; Piemonte 28,0%; Lombardia 27,8%; media nazionale 26,4%).
Inoltre, per quanto concerne gli ammortizzatori sociali, potrebbero averne necessità il 53,1% dei dipendenti delle aziende intervistate.
Sul fronte della gestione del personale dipendente nel periodo emergenziale, vengono evidenziate alcune problematiche inedite, quali la paura dei dipendenti di contrarre il virus – che genera spesso assenteismo – oppure il timore di chi lavora in sede, o che presto potrà tornare a farlo, per la difficoltà a reperire materiali sanitari di protezione che permettono di svolgere il lavoro in sicurezza.
Il calo congiunturale del fatturato (marzo 2019/marzo2020) si attesta al 32,6%, con diminuzioni più marcate per le imprese con meno di 10 dipendenti (-39,7% del fatturato).
A livello regionale, il calo più significativo del fatturato sembra trovarsi all’interno del Mezzogiorno, dove Calabria, Campania e Puglia hanno registrato le maggiori diminuzioni.
Analizzando la variabile della taglia, invece, le microimprese sotto i dieci dipendenti risultano essere più colpite, con una diminuzione media del 39,7% del fatturato. L’impatto medio diminuisce all’aumentare delle dimensioni dell’azienda, con l’impatto sul fatturato che scende a una diminuzione del 21,9% per le grandi imprese.
Analizzando i diversi macrosettori, emerge che i settori con una diminuzione più marcata sono le aziende che offrono servizi di alloggio e di ristorazione (con una diminuzione dell’80,8% di fatturato), delle attività artistiche, di intrattenimento e sportive e delle agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (con una diminuzione del 53,3% del fatturato.
Le attività di alloggio e ristorazione e le attività di agenzie di viaggio e di servizi alle imprese sono anche quelle che hanno sofferto di più la cancellazione di fiere ed eventi promozionali, con una diminuzione del fatturato attribuibile a questo elemento del 28,2% e del 27,5% rispettivamente.
Infine, la problematica che è stata maggiormente riscontrata dai rispondenti in merito alla gestione delle attività è legata alla mancanza di liquidità, necessaria a garantire il normale funzionamento aziendale e la richiesta più importante riguarda la sospensione delle scadenze fiscali o la riduzione delle imposte per l’anno 2020, nonché di adottare interventi fiscali a supporto del calo del fatturato e per incentivare i consumi.
I risultati dell’indagine in pillole:
- Si è assistito a un netto peggioramento rispetto alla percezione della prima indagine per il numero di aziende che ha subito l’impatto negativo del coronavirus (97,2% contro il 67,2% della precedente)
- Il peggioramento si è verificato anche per l’entità del danno subito, le imprese con problemi molto gravi sono adesso il 43,7%, contro il 14,4% della precedente indagine.
- Il 36,5% dei rispondenti, in seguito all’emanazione dei DPCM del 22 e del 25 marzo, ha dovuto chiudere la propria attività, mentre il 33,8% l’ha chiusa parzialmente.
- Il 26,4% dei dipendenti totali delle aziende intervistate svolge attualmente la propria attività in smart working, mentre il 43,0% risulta essere inattivo.
- Il 53,1% dei dipendenti delle aziende intervistate potrebbe dover ricorrere ad ammortizzatori sociali (CIGO, FIS, etc.)
- In media, rispetto alla normalità (marzo 2019), si è assistito ad un calo del 32,6% del fatturato e del 32,5% delle ore lavorate. I cali sono visibilmente più marcati per le imprese con meno di 10 dipendenti (con una diminuzione del 39,7% del fatturato e del 37,3% delle ore lavorate)
- L’84,5% delle aziende che ha partecipato sta riscontrando problemi relativi al rallentamento della domanda nel mercato domestico e nel mercato internazionale. Il disagio più evidente è riscontrato per il calo della domanda di beni e/o servizi di consumo in Italia
- Non meno rilevanti le problematiche relative alla gestione delle attività riscontrate dal 59,3% dei rispondenti. Il 19,6% degli imprenditori segnala forti disagi legati alla mancanza di materiale sanitario essenziale per lo svolgimento del lavoro in sicurezza
- È stato chiesto infine agli imprenditori, quali fossero le strategie che metterebbero in atto per superare la crisi. Emerge che nella maggior parte dei casi (78,2%) si sentono disarmati e non possono che attendere il ritorno alla normalità
- Dalle risposte qualitative degli imprenditori emerge chiaramente la doppia difficoltà di garantire i flussi di liquidità con l’azienda chiusa o parzialmente aperta e quella ad essa legata di poter ripartire a pieno ritmo il prima possibile per limitare le perdite di fatturato, che, seppure in modo spalmato sul tempo grazie agli aiuti governativi, dovranno essere ripagate in futuro.