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10 Settembre 2026

L’ECONOMIA CIRCOLARE IN ITALIA E UNA COMPARAZIONE EUROPEA

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MISURAZIONE DEL LIVELLO DI ECONOMIA CIRCOLARE

A livello globale la crescita economica, misurata con l’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL), continua ad essere associata alla crescita degli impatti ambientali e alla crescita delle emissioni di gas serra.

Prima di passare ad analizzare i tassi di circolarità dell’economia italiana è bene tener presente il quadro globale. Ogni anno il “Circle Economy” pubblica il Circularity Gap Report, che stima l’andamento del tasso di circolarità dell’economia mondiale. L’ultimo rapporto – pubblicato nel 2021 e riferito al 2019 – conferma il dato già evidenziato nell’edizione precedente: il tasso di circolarità – che misura la quota di materiali provenienti dal riciclo reimpiegati nella produzione rispetto al totale delle materie prime vergini consumate – è fermo a 8,6%. Lo stallo è generato dalla crescita troppo lenta delle quantità di rifiuti riciclate rispetto ai livelli alti dei materiali vergini estratti nonché degli stock presenti nelle costruzioni, nei macchinari e nelle infrastrutture. Secondo le stime del Circle Economy le risorse consumate nel 2019 sono state 100,6 Gt, costituite per il 51% da minerali non metallici, per il 24% da biomasse, per il 15% da combustibili fossili e per il 10% da minerali metallici.

Lo stesso Rapporto aggiunge che, di queste 100,6 Gt consumate, il 39% è stato utilizzato per le abitazioni con un incremento del materiale stoccato, il 21% per l’alimentazione, il 10% per i servizi, il 9% per la cura della salute e ugualmente il 9% per la mobilità, il 7% per i beni di consumo e il 5% per la comunicazione.

Tenendo conto di questo contesto globale che, fra l’altro, evidenzia l’ampia portata della sfida della transizione a un modello circolare di economia, con questo Rapporto analizziamo l’andamento dell’economia circolare in Italia. Lo facciamo analizzando set di indicatori relativi alla circolarità della produzione, dei consumi, della gestione dei rifiuti e delle materie prime seconde, concludendo con l’analisi dell’innovazione, degli investimenti e dell’occupazione in tre attività tipiche dell’economia circolare: il riciclo, la riparazione e il riutilizzo. Le fonti dei dati sono Eurostat, ISTAT e ISPRA, con alcune nostre rielaborazioni. Per ciascuno degli indicatori considerati si effettua una comparazione con gli altri principali Paesi europei, Germania, Francia, Spagna e Polonia, e alla fine viene presentato un quadro riassuntivo.

 

LA CIRCOLARITÀ NELLA PRODUZIONE

La circolarità della produzione è valutata considerando tre set di indicatori principali: l’utilizzo delle risorse nella produzione di beni e servizi, la produzione di rifiuti per unità di produ- zione e la produttività totale delle risorse. Il set relativo all’utilizzo di risorse nella produzione comprende l’indicatore che misura la produttività delle risorse come rapporto fra il PIL e il consumo di materiale interno (DMC), quello relativo alla bilancia commerciale che fornisce il saldo fra export e import in peso dei prodotti e quindi dei materiali relativi, l’indicatore della produttività energetica che misura il rapporto fra il PIL e il consumo interno lordo di energia. Il rapporto tra i rifiuti prodotti, ad esclusione dei principali rifiuti minerali, e il consumo di materiale interno (DMC) è un altro indicatore significativo della circolarità della produzione. La produttività totale delle risorse è un indice composito elaborato dalla Commissione europea che considera i consumi totali di materiali, di acqua e di energia e tiene conto anche dell’ intensità delle emissioni CO2.

 

Utilizzo di risorse nella produzione di beni e servizi

 

PRODUTTIVITÀ DELLE RISORSE L’indicatore proposto da Eurostat è definito come il rapporto fra il Prodotto interno lordo (PIL) e il Consumo di materiale interno (DMC). Il DMC definisce la quantità totale di materia direttamente consumata al livello nazionale. Considera la quantità di materie prime estratte nel territorio nazionale sommate alle importazioni sottraendo le esportazioni. La produttività delle risorse analizza la relazione tra le attività economiche e il consumo di risorse naturali, evidenziando e quantificando eventuali correlazioni o dissociazioni tra i due indicatori.

Unità di misura: €/kg

 

L’analisi dell’andamento negli ultimi dieci anni, a seguito dell’aggiornamento dei dati al 2019, conferma la crescita complessiva evidenziata lo scorso anno, con un aumento medio della produttività delle risorse a livello europeo del 15% e a livello italiano del 41%. La Francia, l’Italia e la Germania appaiono in linea con questa crescita, anche se nell’ultimo anno di analisi è rallentata in Francia e Germania (2%), mentre non si sono avute variazioni significative della produttività delle risorse in Italia tra il 2018 e il 2019. La Spagna, a seguito di un calo tra il 2017 e il 2018, presenta un nuovo aumento della produttività delle risorse di circa il 4%. La Polonia si attesta su un indice di produttività decisamente più basso rispetto agli altri Paesi analizzati, ma comunque in crescita (+9% nell’ultimo anno). Al 2019, a parità di potere d’acquisto, ogni kg di risorsa consumata in Italia genera 3,3 euro di PIL, contro una media europea di 1,98 e valori tra 2,03 e 4,42 € in tutte le altre grandi economie europee (valori peggiori caratterizzano le economie dei Paesi dell’Europa orientale e di alcuni Paesi dell’area mediterranea). Nonostante la produttività delle risorse sia rimasta costante nell’ultimo anno di analisi, l’Italia si aggiudica il primo posto tra le cinque economie europee analizzate, con 3,30 €/kg, seguita da Francia con 2,92 €/kg, Spagna con 2,86 €/kg e Germania con 2,43 €/kg.

Anche a confronto con tutti gli altri Paesi europei, l’Italia si conferma fra le economie con maggiore valore economico generato per unità di consumo di materia, posizionandosi al terzo posto dopo Paesi Bassi (4,42 €/kg), Lussemburgo (3,88 €/kg) e Belgio (3,31 €/kg).

L’analisi puntuale dell’andamento del PIL e del consumo domestico di materia, utilizzati per calcolare la produttività delle risorse, fornisce maggiori dettagli per comprendere l’andamento dell’indicatore di produttività delle risorse registrato negli ultimi anni. In Italia, fino al 2014 i due trend sono divergenti, il consumo nazionale delle risorse materiali decresce mentre il PIL mantiene un andamento pressoché costante, generando una conseguente crescita della produttività di risorse. A partire dal 2015, si registra un’inversione di rotta nell’ andamento del consumo di risorse materiali che si stabilizza intorno al valore di 490 Mt e che, associata a un trend lievemente crescente del PIL (4,35%), genera un leggero aumento (2,46%) dell’efficienza nell’uso delle risorse. Nel 2019, il trend di entrambi gli indicatori risulta pressoché invariato: +0,16% per il consumo di materia e +0,14%per l’indice di produttività delle risorse, a fronte di un aumento del PIL di solo lo 0,3%.

 

BILANCIO COMMERCIALE

L’indicatore proposto da Eurostat corrisponde alla differenza tra il valore espresso in peso delle esportazioni e quello delle importazioni di merci. Il rapporto tra le importazioni e le esportazioni totali del nostro Paese in termini di peso ci permette di valutare il livello di dipendenza o di autosufficienza di approvvigionamento di risorse dall’estero. Con il crescere del bilancio a favore delle esportazioni aumenta la dipendenza del nostro consumo interno dall’estero, un andamento inverso invece segna una maggiore autonomia.

Unità di misura: kt

Le esportazioni di merci in Italia nel 2019 si attestano a circa 149 Mt, con un andamento decrescente rispetto all’anno precedente, le importazioni superano invece 316 Mt, -2% rispetto al 2018. Il bilancio commerciale che ne consegue si traduce in un leggero decremento dei consumi e una riduzione della dipendenza dell’Italia dall’approvvigionamento dall’estero.

 

PRODUTTIVITÀ ENERGETICA

L’indicatore proposto da Eurostat è definito come il rapporto tra il Prodotto Interno Lordo (PIL) e il consumo interno lordo di energia in un dato anno solare. Esso misura la produttività del consumo di energia e fornisce un quadro del grado di disaccoppiamento del consumo di energia dalla crescita del PIL.

Unità di misura: €/kg eq di petrolio

 

Differentemente da quanto osservato per la produttività delle risorse, in termini di produttività energetica, a seguito di un andamento medio UE complessivamente crescente fino al 2016, nel 2017 si riscontra un lieve calo di circa il 2% e una nuova crescita del 3% nel 2018, arrivando a 8,1 €/kg equivalente di petrolio. Nell’UE a 27 la migliore performance rimane dell’Irlanda, seguita dalla Danimarca. L’Italia con una crescita del 2% rispetto all’anno precedente è al terzo posto, con 10,1 € prodotti per kg equivalente di petrolio. Analizzando le cinque principali economie europee, tutti i Paesi ad eccezione della Polonia sono allineati con questa inversione di rotta nell’ultimo anno. L’incremento maggiore si registra in Germania e Polonia con una crescita di circa il 4% di produttività energetica. Tra i cinque Paesi, al 2018 l’Italia presenta l’indice di produttività più elevato, seguita da Germania (9,4 €/PIL), Francia (8,6 €/PIL) e Spagna (8,5 €/PIL). La Polonia nonostante un trend crescente negli ultimi anni si attesta su valori più bassi (4,5 €/ PIL), pari a circa la metà del valore registrato per l’Italia.

 

Produzione di rifiuti rispetto al consumo dei materiali

 

La produzione complessiva di rifiuti per consumo di materiale interno (DMC), con esclusione dei principali rifiuti minerali, espressa in percentuale è definita come il rapporto tra i rifiuti prodotti, ad esclusione dei principali rifiuti minerali, e il DMC. Questo indicatore monitora l’efficienza del consumo di materiale nell’Unione europea, confrontando le tonnellate di rifiuti generati con il DMC.

Unità di misura: percentuale (%)

 

Il rapporto tra la produzione di rifiuti e il DMC rileva l’indice d’intensità delle pressioni generate da un sistema produttivo per l’approvvigionamento delle materie prime e a seguito della produzione di rifiuti. Più basso è il valore del rapporto, migliore è la prestazione. Questo indicatore potrebbe non essere molto significativo senza ulteriori indicatori di contesto in quanto il rapporto tra la produzione di rifiuti e il DMC è fortemente influenzato dalla quantità nazionale di consumo dei minerali non metallici. Al fine di ridurre quanto più possibile tale influenza si realizza un confronto tra Paesi e nel tempo. Nel 2018 era al 12,8% per l’intera Unione europea, valore pressoché invariato rispetto all’anno 2016 (12,9%). Analogamente, in Italia l’indicatore era 22,8% nel 2018 e 22,5% nel 2016, rimanendo tuttavia tra i valori più alti d’Europa. In merito all’ultimo anno di analisi, gli unici Paesi, tra quelli analizzati, a far registrare una riduzione della produzione di rifiuti per unità di DMC sono la Francia e la Polonia. Nel confronto con le cinque principali economie europee, nel 2018 la migliore prestazione appartiene alla Polonia con l’10,9%, seguita da Germania con il 12,5%, Francia con il 13,1% e Spagna con il 17,7%.

Il trend temporale italiano è dovuto principalmente alla tendenza del DMC a diminuire, probabilmente come effetto di diversi fattori, quali la deindustrializzazione, la crisi di alcuni settori produttivi (es. quello delle costruzioni), i mutamenti della composizione delle importazioni in favore dei prodotti a valle nel ciclo produttivo (quindi meno “pesanti” per unità di valore).

 

Produttività totale delle risorse

 

INDICE DEI RISULTATI SULLA PRODUTTIVITÀ TOTALE DELLE RISORSE (materiali, acqua, energia e intensità delle emissioni CO2)

L’indice elaborato dalla Commissione europea prende in considerazione quattro voci:

○ la produttività delle risorse;

○ la produttività del consumo di acqua dolce (rapporto tra quantità di acqua dolce estratta e PIL);

○ la produttività dell’energia;

○ l’intensità di emissioni di gas serra.

L’indicatore fa parte degli indici che compongono l’Indice di eco innovazione.

Unità di misura: indice con media europea = 100

 

Dalla valutazione delle performance della produttività totale delle risorse (materiali, acqua, energia e intensità delle emissioni dei gas climalteranti), risulta un miglioramento da parte di quasi tutti i Paesi europei. In questa classifica l’Italia, nonostante una riduzione di 4 punti, è al quinto posto come l’anno precedente e con 178 punti trova davanti a sé Lussemburgo (199), Malta (198), Regno Unito (192) e Irlanda (185). Considerando le prime cinque economie europee al secondo posto troviamo la Spagna (114), seguita da Francia (114), Germania (111) e Polonia (32).

 

LA CIRCOLARITÀ DEI CONSUMI

Per valutare la circolarità dei consumi sono stati valutati quattro indicatori: il consumo di materiali (minerali, metalli, biomasse e combustibili fossili), i consumi di energia (quelli finali, della quota di rinnovabili e quelli delle famiglie); la sharing (il leasing e per la mobilità condivisa), la riparazione e il riutilizzo.

 

Consumo interno lordo di materiali

 

CONSUMO INTERNO DI MATERIALI

L’indicatore proposto da Eurostat (DMC) corrisponde alla quantità totale di consumo interno di materiali. Il DMC misura il quantitativo annuo di materie prime estratte dal Paese e le importazioni. Il dato è al netto delle esportazioni.

Unità di misura: tonnellate (t)

 

Secondo i dati forniti da Eurostat, mediamente in Europa nel 2019 sono state consumate 6,3 Gt di materiali. Rispetto all’ultimo anno di analisi, dopo un piccolo rialzo seguito a circa cinque anni di consumi stabili intorno a 6 Gt, si è tornati a valori costanti, con una lieve diminuzione dello 0,5%. Classificando i 28 Paesi europei per consumo interno di materiali, al primo posto rimane la Germania con un totale di oltre un 1,2 Gt di materia consumata nel 2019. L’Italia, come nel 2018, resta al quinto posto con circa 490 Mt consumate (meno della metà della Germania), dietro a Francia con 769 Mt, Polonia con 702 Mt e Regno Unito con 551 Mt. Analizzando l’andamento dell’ultimo anno delle principali cinque economie europee, si registra la stessa tendenza riscontrata mediamente in Europa, con una riduzione dei consumi rispetto al 2018, fatta eccezione per l’Italia, che fa registrare un lieve aumento (+0,2%). Negli altri quattro Paesi, nell’ultimo anno di analisi, si osserva una decrescita compresa tra -0,3% (Francia) e -4,4% (Polonia).

Il contributo maggiore al consumo interno di materiali in Italia è dato dai minerali non metallici, che nel 2019 rappresentano il 44%, percentuale che si è ridotta rispetto al 2010 (53%). Nell’ultimo decennio è cresciuto il ruolo delle biomasse, passate dal 20 a oltre il 26% (130 Mt) nel 2019 e, seppur in maniera meno pronunciata, dei combustibili fossili (da 24 a 27%); rimane stabile invece la percentuale di DMC costituito dai minerali metallici (3%).

 

CONSUMO FINALE DI ENERGIA

L’indicatore proposto da Eurostat corrisponde a tutta l’energia fornita all’industria, ai trasporti, alle famiglie, ai servizi e all’agricoltura (esclude la fornitura al settore della trasformazione dell’energia e alle industrie energetiche stesse).

Unità di misura: Tonnellate Equivalenti di Petrolio (TEP)

 

L’UE nel 2018 ha segnato un consumo complessivo di energia pari a 1.120 TEP, mantenendo comunque un andamento costante rispetto agli anni precedenti, pur osservando un lieve calo del 4% sul 2007. Rispetto al 2017 non si registrano particolari variazioni tra i 27, tanto che anche nel 2018 i primi cinque Paesi per consumo di energia coincidono con le cinque economie più avanzate del continente. In particolare l’Italia impiega circa 116.000 TEP di energia all’anno, posizionandosi quarto in Europa per consumo di energia. Dal 2007 al 2018 l’indicatore è prevalente- mente decrescente per i cinque principali Paesi europei, ad eccezione di Germania e Polonia. La diminuzione maggiore del consumo di energia al livello nazionale è attribuibile all’Italia, con una contrazione del 13% in undici anni, seguita nello stesso periodo da Spagna con -11% e Francia con -5%, mentre Germania e Polonia segnano rispettivamente un aumento del 2% e del 17%.

Per quanto riguarda la quota di energia rinnovabile utilizzata rispetto al consumo totale di energia, si osserva una prosecuzione del trend crescente registrato a livello europeo negli ultimi cinque anni (+2 punti percentuali). Al 2019, il 19,7% dell’energia consumata mediamente in Europa proviene da fonti rinnovabili. Il Paese con maggior consumo di energia rinnovabile rispetto al consumo totale di energia è la Svezia con oltre il 56%, seguito dalla Finlandia con oltre il 43%. L’Italia si posiziona al 15° posto con il 18,2%, poco meno della media europea. Se portiamo questo confronto tra le cinque più rilevanti economie europee l’Italia perde il primato e si pone al secondo posto, dopo la Spagna (18,4%) e davanti a Germania (17,4%,), Francia (17,2%) e Polonia (12,2%).

 

CONSUMO DI ENERGIA DA PARTE DELLE FAMIGLIE

L’indicatore proposto da Eurostat corrisponde a tutta l’energia fornita per uso domestico. Unità di misura: (TEP)

 

In termini di energia, in media al livello europeo si registra una riduzione generale dei consumi domestici: dal 2007 al 2018 la diminuzione si aggira intorno al 2%, segnando nell’ultimo anno un consumo complessivo di 283.000 TEP. Nel 2018, per i 28 Paesi non si segnalano particolari variazioni in termini di consumo energetico domestico rispetto all’anno precedente. Anche in questa classifica l’Italia risulta quarta con un consumo totale di 32.000 TEP, dietro a Germania e Francia. Tra le cinque principali economie la maggior riduzione nel periodo 2007-2018 è stata ottenuta dalla Spagna con -4%, seguita dalla Francia con -3%, dall’Italia e dalla Germania con -1%, e dalla Polonia con -0,3%.

 

Sharing

 

AFFITTO E LEASING DI APPARECCHIATURE DA UFFICIO

L’indicatore fornisce i dati per il settore delle attività di noleggio e leasing di apparecchiature da ufficio, inclusi i computer, come previsto dalla divisione 77 del NACE Rev. 2.

Unità di misura: n. di imprese, M€ e n. di occupati

 

Analizzando le forme innovative di consumo (come l’erogazione dei servizi di sharing economy e pay-per-use) che promuovono l’utilizzo di prodotti e di servizi anziché il possesso di prodotti o infrastrutture, favorendo l’economia circolare, si evidenzia l’importante crescita di questi settori. Prendendo spunto da alcuni dati forniti da Eurostat sul noleggio e il leasing di apparecchiature per uffici, compresi i computer, relativamente alle cinque più grandi economie europee, osserviamo che il nostro Paese vanta la presenza più numerosa di imprese – a fronte delle 248 e 197 rispettivamente della Germania e della Francia, e delle 267 e 221 di Spagna e Polonia – ma con un fatturato inferiore (1.488 M€) nello stesso anno rispetto a quello della Francia (5.113 M€) e della Germania (2.107 M€). L’ulteriore incremento della produttività dell’occupazione del settore, già significativa per l’Italia (1.900 addetti nel 2018, a fronte dei 1.800 della Germania), consentirebbe dunque un maggiore adeguamento ai fatturati francesi o tedeschi.

 

LA MOBILITÀ CONDIVISA: SERVIZI DI SHARING MOBILITY

I servizi di trasporto che fanno parte della mobilità condivisa sono molti e in continua evoluzione. Secondo la classificazione realizzata dall’Osservatorio sharing mobility nel Primo Rapporto nazionale (2016), i servizi di trasporto che possono essere inclusi all’interno della mobilità condivisa sono:

○ bikesharing,

○ carsharing;

○ scootersharing;

○ monopattini in sharing

○ ridesharing/carpooling;

○ servizi a domanda (ridesourcing/TNC, ridesplitting/taxi collettivi, E-hail);

○ shuttles/navette e microtransit;

○ servizi di supporto (aggregatori/trip o journey planner e parksharing).

Unità di misura: n. di servizi

 

La mobilità condivisa rappresenta una generale trasformazione del comportamento degli individui che, progressivamente, tendono a preferire l’accesso temporaneo ai servizi di mobilità piuttosto che utilizzare il proprio mezzo di trasporto, fino a non possederlo affatto. Dal lato dell’offerta, questo fenomeno consiste nell’affermazione e diffusione di servizi di mobilità che utilizzano le piattaforme digitali per facilitare la condivisione di veicoli e/o tragitti, promuovendo servizi flessibili e scalabili che sfruttano le risorse latenti già disponibili nel sistema dei trasporti. Secondo il 4° Rapporto nazionale sulla sharing mobility realizzato nel 2019 dall’Osservatorio, la mobilità condivisa cresce in maniera costante e si rafforza a livello nazionale come settore nel suo complesso, in particolare per quanto riguarda il numero di servizi offerti.

Nel quadriennio 2015-2019, infatti, il totale dei servizi di mobilità condivisa considerando tutti i principali settori di attività (carsharing, bikesharing, scootersharing, carpooling, aggregatori) è aumentato negli ultimi due anni mediamente del 25%. In questo quadro continua a salire in termini assoluti anche il numero complessivo dei veicoli a zero emissioni, soprattutto grazie ai servizi di carsharing e scootersharing 100% elettrici arrivati nelle città italiane. Il numero di veicoli a zero emissioni è cresciuto infatti di oltre 11 volte in cinque anni, passando dai circa 620 mezzi del 2015 ai 7.000 circa del 2019, rappresentando il 52% degli scooter e delle automobili in condivisione e circolanti sulle strade italiane.

 

Riparazione e riutilizzo

 

RIPARAZIONE

Il prolungamento della durata del ciclo di vita dei prodotti è uno degli aspetti centrali nell’ambito dell’economia circolare, in un’ottica di uso efficiente delle risorse e di riduzione della produzione di rifiuti. In tal senso, i settori del riutilizzo e della riparazione contribuiscono all’estensione dell’utilizzo dei beni, evitando gli sprechi. Il riutilizzo, infatti, si verifica quando prodotti o componenti sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti. Quindi, non occorre “ricostruirli”, ma è sufficiente verificare il permanere della capacità di tali beni di svolgere la funzione originaria o in caso negativo la possibilità di una loro riparazione.

Unità di misura: n. imprese, M€, n. occupati

 

Secondo i dati elaborati da Eurostat, si attesta che in Italia nel 2018 operano poco più di 25.000 aziende che svolgono riparazione di beni elettronici, ma anche di altri beni personali (vestiario, calzature, orologi, gioielli, mobilia, ecc.), ponendo il nostro Paese al terzo posto tra le cinque economie più importanti d’Europa, dietro alla Francia (oltre 33.000 imprese) e alla Spagna (oltre 28.600).

 

L’andamento della vitalità registrata negli ultimi dieci anni ci segnala come la crisi del 2008 abbia spazzato via circa 6.000 aziende (1/5 rispetto a quelle operanti nel 2018) in Italia, registrando un andamento in controtendenza in confronto con gli altri Paesi europei, ad eccezione della Polonia (-2.500), che nonostante – o forse anche a causa – della crisi hanno visto una crescente natalità di questo tipo di imprese (Francia +6.000, Spagna +7.200, Germania +3.900), nonostante questo trend sia in leggero rallentamento negli ultimi anni.

Se consideriamo invece il valore della produzione, le oltre 25.000 aziende italiane nel 2018 hanno generato a livello nazionale circa 2,3 Mld€, con una riduzione di circa 800 M€ rispetto al 2008, ponendosi dietro a Francia (5,7 Mld€) e Germania (2,5 Mld€). Infine, spostando la nostra osser- vazione sull’occupazione, riscontriamo che gli addetti nelle imprese di riparazione operanti in Italia nel 2018 sono stati oltre 13.000, stabili rispetto all’anno precedente e con un leggero calo sul 2008, mentre Germania e Spagna impiegano un numero di addetti pari al doppio dell’Italia, più che doppio in Francia.

 

GESTIONE CIRCOLARE DEI RIFIUTI

Per la valutazione della circolarità nella gestione dei rifiuti urbani sono stati utilizzati come indicatori: la produzione dei rifiuti (urbani e totali), il riciclo dei rifiuti, i rifiuti smaltiti in discarica e il tasso di utilizzo delle materie prime seconde.

Produzione dei rifiuti

 

PRODUZIONE PRO CAPITE DI RIFIUTI URBANI

L’indicatore è il rapporto tra la produzione di rifiuti urbani e gli abitanti. Il dato viene espresso come produzione pro capite per consentire la comparabilità tra i Paesi europei.

Unità di misura: kg/ab

 

L’indicatore misura la quantità di rifiuti urbani prodotti; si tratta prevalentemente dei rifiuti generati dalle famiglie, a cui si aggiungono i rifiuti assimilati agli urbani provenienti da fonti diverse, quali le attività commerciali, gli uffici e le istituzioni pubbliche. Esso riporta la quantità di rifiuti urbani generati e raccolti da o per conto delle autorità municipali e smaltiti attraverso il sistema di gestione dei rifiuti. Seguire l’evoluzione di questo parametro fornisce una buona indicazione riguardo ai cambiamenti nei modelli di consumo e all’efficacia delle politiche di prevenzione attivate da parte dei Paesi UE. È basato su dati solidi (il sistema di tracciabilità dei rifiuti adottato uniformemente in tutta l’Unione) ed è disponibile in serie temporali.

Secondo Eurostat, nell’Unione europea la produzione media di rifiuti urbani pro capite nel 2019 è stata pari a 502 kg/abitante. In Italia nello stesso anno ne sono stati prodotti 499 kg/abitante, valore rimasto invariato rispetto al 2018, quindi sostanzialmente in linea con la media europea. La Danimarca è il Paese che produce più rifiuti urbani pro capite (844 kg/abitante, in aumento rispetto al 2018), seguita da Lussemburgo (791 kg/ab), Malta (694 kg/abitante) e Germania (609 kg/abitante).

Quattro Paesi producono oltre 600 kg di rifiuti urbani pro capite, mentre solo quattro sono al di sotto di 400 kg (Estonia, Polonia, Ungheria e Romania). Ciò è dovuto in parte alle differenze nei modelli di consumo e alle caratteristiche economiche dei Paesi e in parte al modo in cui i rifiuti urbani vengono attualmente raccolti, gestiti e contabilizzati. Si segnala comunque che per il 2019 risultano ancora mancanti i dati di Bulgaria, Repubblica Ceca, Irlanda, Grecia, Cipro e Regno Unito.

Nel periodo 2000-2016 la produzione pro capite media europea è diminuita, in parte anche a causa della crisi del 2009. Questo trend al ribasso è stato registrato anche in Germania, Italia e Spagna. Nel triennio 2017-2019 la produzione di rifiuti pro capite è tornata a crescere, fatta eccezione per la Germania, dove l’aumento seppur molto lieve (+0,5%) è stato rilevato esclusivamente per il 2019. La crescita nella produzione di rifiuti pro capite è risultata più significativa per Francia e Polonia, con un incremento pari al 2,2% e 6,7% rispetto al 2018.

Passando all’analisi dell’Italia, il trend della produzione di rifiuti urbani pro capite mostra un incremento nel periodo compreso tra il 2000 e il 2006, anno nel quale si verifica un picco di produzione di quasi 560 kg/abitante. In quelli successivi si osserva invece una riduzione, che raggiunge il minimo nel 2015 con 486 kg/abitante e poi risale negli anni successivi, fino al valore di 499 kg/ab nel 2019. Si può dunque affermare che negli ultimi cinque anni (2013-2019) la produzione pro capite di rifiuti in Italia ha oscillato intorno al valore medio di 490 kg. Il rapporto tra l’andamento della produzione totale dei rifiuti urbani e quello del PIL ci permette di valutare sotto il profilo economico l’efficacia delle politiche di prevenzione, misurabile proprio dal disaccoppiamento tra l’andamento della produzione di rifiuti e il PIL.

Nell’ultimo decennio la crisi economica ha influito su tutto il sistema e certamente anche sulla produzione di rifiuti urbani, per cui risulta complesso capire se la riduzione dei rifiuti urbani nel periodo 2011-2015 sia legata esclusivamente alla crisi economica, oppure sia dipesa anche da misure di prevenzione. Si può osservare però che negli ultimi anni si percepisce un certo disaccoppiamento: a fronte di una produzione dei rifiuti sostanzialmente invariata, il PIL è cresciuto del 4,3% nel periodo 2015-2019.

 

PRODUZIONE PRO CAPITE DELLA TOTALITÀ DEI RIFIUTI PRODOTTI, URBANI E SPECIALI

L’indicatore è il rapporto tra la produzione di rifiuti complessivamente prodotti (urbani + speciali) e gli abitanti. Il dato viene espresso come produzione pro capite per consentire la comparabilità tra i Paesi UE.

Unità di misura: kg/ab

 

Secondo Eurostat, nell’Unione europea la produzione media di rifiuti totali pro capite nel 2018 è stata pari a 5.190 kg/abitante. In Italia nello stesso anno ne sono stati prodotti 2.855 kg/abitante, pari quindi alla metà rispetto alla media europea. La Finlandia è il Paese che produce più rifiuti pro capite (23.253 kg/abitante), seguita da (Bulgaria 18.470 kg/ab) ed Estonia (17.539 kg/abitante).

Nel periodo 2010-2018 la produzione pro capite media europea è aumentata del 3%, ma il dato del 2018 è sostanzialmente uguale a quello registrato nel 2004, che era pari a 5.186 kg/ ab. Nei cinque Paesi europei analizzati, solo la Spagna e la Polonia segnano una riduzione della produzione dei rifiuti rispetto al 2010 (rispettivamente -1,4% e -3,8%); fanno registrare un aumento più significativo Italia e Francia entrambe con +5,7%, più contenuto la Germania (+0,7%). Passando all’analisi dell’Italia, il trend della produzione di rifiuti totali pro capite mostra un incremento nel periodo compreso tra il 2004 e il 2008, anno nel quale si verifica un picco di produzione di oltre 3.000 kg/abitante. In quelli successivi si osserva invece una riduzione, che raggiunge il minimo nel 2012, con 2.594 kg/abitante. Nel 2018, ultimo anno disponibile, si registra la produzione di 2.735 kg/ab, con un incremento del 5,7% rispetto al 2016.

Anche per questo indicatore si riporta il rapporto tra l’andamento della produzione totale dei rifiuti totali e quello del PIL. Dal 2008 in poi la crisi economica ha influito su tutto il sistema e sulla produzione di rifiuti, ma non si registra un disaccoppiamento tra il dato di produzione dei rifiuti e il PIL.

 

Riciclo dei rifiuti

 

L’aumento delle percentuali di riciclo dei rifiuti costituisce un altro buon indicatore della transizione verso un’economia di tipo circolare. In questo capitolo viene rappresentata la quota totale (rifiuti urbani + speciali) che è stata riciclata, ossia che è effettivamente reimmessa nel ciclo economico sostituendo materie prime vergini.

 

PERCENTUALE DI RICICLO DEI RIFIUTI URBANI

L’indicatore misura la quota di rifiuti urbani riciclati rispetto al totale dei rifiuti urbani prodotti. Per riciclo si intende il riciclo di materia, il compostaggio e la digestione anaerobica.

Unità di misura: percentuale (%)

 

La percentuale di riciclo dei rifiuti urbani fornisce un significativo indice riguardo alla capacità di un sistema di consumo e di produzione di convertire in nuova risorsa i rifiuti generati dai consumatori. I rifiuti urbani sono costituiti principalmente dai rifiuti prodotti dalle famiglie e dai rifiuti da altre fonti, assimilati per natura e composizione ai rifiuti domestici. Sebbene i rifiuti urbani rappresentino circa il 10% dei rifiuti totali generati nell’Unione europea, la loro corretta gestione risulta spesso difficoltosa e impegnativa, a causa della loro composizione eterogenea. Pertanto la percentuale di riciclaggio fornisce anche un interessante parametro circa la qualità del sistema di gestione dei rifiuti urbani dell’Unione e di ogni singolo Paese.

Questo indicatore, inoltre, permette il monitoraggio dei progressi verso l’obiettivo di riciclaggio del 50% per il 2020 fissato nella Direttiva quadro sui rifiuti e i nuovi obiettivi di riciclaggio del 55% al 2025, 60% al 2030 e 65% al 2035 introdotti con la sua recente modifica. Secondo Eurostat, nel 2019 nell’UE 27 è stato riciclato il 48% dei rifiuti urbani generati; il dato italiano (fonte ISPRA) per il 2019 è pari al 46,9%, in linea con gli obiettivi della Direttiva per il 2020.

Il tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani varia molto da un Paese europeo all’altro. Nel 2019, la Germania ha riciclato quasi il 67% dei rifiuti prodotti, superando l’obiettivo del 2035, Slovenia, Austria e Paesi Bassi oltre il 55% (obiettivo 2025); Slovenia e Austria sono prossimi al 60%, quindi all’obiettivo 2030. Belgio e Lituania hanno riciclato oltre il 50% dei rifiuti urbani (obiettivo 2020), mentre Lussemburgo e Danimarca sono prossimi al raggiungimento del target (49,9% e 49%, rispettivamente).

Relativamente alle cinque principali economie dell’UE, la Germania ha superato l’obiettivo di riciclaggio del 65% fissato per il 2035. Gli altri Paesi si attestano tutti sopra al 45%, ad eccezione della Spagna e della Polonia (34,7% e 34,1%, rispettivamente), che presentano valori abbastanza stabili negli ultimi quattro anni. Tra il 2015 e il 2019 la Francia ha registrato gli incrementi maggiori, pari a +6 punti percentuali, mentre in Italia è cresciuto di 3 punti percentuali.

A livello nazionale la percentuale di riciclaggio dei rifiuti urbani ha subito un incremento significativo dal 2000 al 2018, con valori più che triplicati negli ultimi 19 anni e duplicati negli ultimi 13 anni.

 

PERCENTUALE DI RICICLO DELLA TOTALITÀ DEI RIFIUTI PRODOTTI, URBANI E SPECIALI, AD ESCLUSIONE DEI PRINCIPALI RIFIUTI MINERALI

L’indicatore misura la quota di rifiuti inviati a operazioni di riciclaggio (eccetto quindi recupero di energia e interventi di riempimento) rispetto alla quantità totale di rifiuti trattati.

Unità di misura: percentuale (%)

 

La percentuale di riciclo di tutti i rifiuti prodotti monitora direttamente la quantità di materiale reimmesso nell’economia derivante dai rifiuti generati dalle famiglie e dalle imprese. L’indicatore copre sia i rifiuti pericolosi che quelli non pericolosi, mentre sono esclusi i principali rifiuti minerali. Le motivazioni di tale esclusione sono state già indicate nel capitolo precedente. I dati comprendono il trattamento dei rifiuti importati e sono al netto delle esportazioni. L’andamento di questo indicatore rappresenta i progressi complessivi nelle prestazioni di riciclaggio dei diversi Paesi. Per l’Europa la percentuale di riciclaggio di tutti i rifiuti nel 2016 è stata pari al 56%, mentre in Italia al 68%, inferiore solo a Belgio, Paesi Bassi e Slovenia. Il tasso di riciclaggio varia molto da un Paese all’altro: si passa da quote superiori al 70% fino a meno del 30% (Estonia e Bulgaria). Rispetto a Germania, Francia, Spagna e Polonia, l’Italia nel 2016 ha consolidato il suo primato, superando di 12 punti percentuali la Polonia, secondo Paese in questa parziale classifica. Ma l’aspetto più interessante è dato dal tasso di crescita: mentre l’UE è salita di 2 punti percentuali, l’Italia di ben 8, a fronte di +4 della Francia, +2 della Spagna, -2 della Polonia e -2 della Germania (dato riferito al 2014, in quanto non risulta disponibile il dato del 2016).

Le sempre crescenti quantità di rifiuti avviate al riciclo peraltro forniscono anche un indizio sulle opportunità di investire per migliorare il loro reimpiego nei processi di produzione e consumo, diminuire la dipendenza dall’approvvigionamento dall’estero e incrementare l’occupazione.

 

Smaltimento in discarica

 

TASSO DI SMALTIMENTO IN DISCARICA

L’indicatore misura la percentuale di smaltimento in discarica dei rifiuti urbani calcolata rispetto alla produzione dei rifiuti urbani. Le operazioni di smaltimento considerate sono D1-D7, D12.

Unità di misura: (%)

 

Il conferimento in discarica costituisce uno spreco di risorse che altrimenti sarebbero riciclate ed è quindi un ostacolo allo sviluppo di un’economia circolare: per tale motivo la Commissione europea ha fissato un target del 10% da raggiungere entro il 2030. Allo stato attuale non sono stati pubblicati da Eurostat i dati sullo smaltimento in discarica relativi all’anno 2019, pertanto l’indicatore si ferma al 2018, anno nel quale sono stati il 24% dei rifiuti prodotti, valore leggermente superiore a quello raggiunto in Italia (22%) nello stesso anno, in linea pertanto con la media europea. Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Germania, Finlandia e Svezia arrivano a percentuali prossime o inferiori all’1%. L’obiettivo del 10% previsto per il 2035 è già stato raggiunto anche da Austria (2,2%), Lussemburgo (4,7%) e Slovenia (9,6%).

Relativamente alle cinque principali economie dell’UE, si nota come nel periodo 2014-2018 tutte facciano registrare un andamento decrescente. Nel 2018 la Germania ha smaltito in discarica lo 0,8% dei rifiuti (-1 punto percentuale rispetto al 2014), la Francia il 20,6% (-4 punti percentuali rispetto al 2014) e la Spagna il 50,9% (-7 punti percentuali rispetto al 2014). La Polonia presenta la maggiore riduzione nel periodo analizzato, passando dal 58,4% nel 2014 al 43,4% nel 2018 dei rifiuti urbani smaltiti in discarica (-15 punti percentuali), nonostante il lieve rialzo fatto registrare nell’ultimo anno rispetto al 2017.

A livello nazionale la percentuale di smaltimento in discarica ha subito una riduzione significativa passando dal 31,5% del 2014 al 21,5% del 2018 (-10 punti percentuali).

 

Utilizzo delle materie prime seconde

 

TASSO DI UTILIZZO CIRCOLARE DI MATERIA

Il contributo dei materiali riciclati al soddisfacimento della domanda di materie prime è rappresentato dal tasso di utilizzo circolare di materia. Il CMU è definito come il rapporto tra l’uso circolare di materia (U) e l’uso complessivo (proveniente da materie prime vergini e da materie riciclate). L’uso complessivo del materiale è misurato sommando il consumo interno di materia (DMC) e l’uso circolare di materia (U), rappresenta quindi la quantità totale di materia direttamente consumata a livello nazionale come somma delle materie prime vergini estratte e le materie prime seconde riciclate. L’uso circolare di materia (U) è dato dalla quantità di rifiuti riciclati negli impianti di recupero sul territorio nazionale (o comunitario), meno i rifiuti importati destinati al recupero, più la quantità di rifiuti esportati destinati al recupero all’estero. I rifiuti riciclati negli impianti di recupero nazionali comprendono le operazioni di recupero da R2 a R11. Le importazioni e le esportazioni di rifiuti destinati al riciclo vengono stimati utilizzando i dati statistici elaborati a livello europeo sugli scambi internazionali di merci. L’indicatore può assumere valori da 0 a 100: un valore di CMU più alto significa che una quantità maggiore di materia prima secondaria entra nel ciclo produttivo a sostituire le materie prime vergini. Questo indicatore, rapportando le materie prime seconde reimmesse nei cicli produttivi rispetto al consumo totale di materiali da parte dell’industria, differisce dal tasso di riciclo, che invece tiene conto solo dei rifiuti riciclati rispetto ai rifiuti prodotti, e rappresenta con buona approssimazione il grado di circolarità di un Paese.

Unità di misura: (%)

 

Il tasso di utilizzo circolare di materia misura il contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva di materia. L’indicatore CMU consente di confrontare l’UE e i singoli Paesi, nonché di analizzare i progressi nel tempo. In UE il tasso di utilizzo circolare di materia nel 2019 è stato pari all’11,9%. Nello stesso anno l’indicatore ha assunto il valore di 19,3% in Italia, inferiore solo a quello di Paesi Bassi (28,5%), Belgio (24%) e Francia (20,1%) e comunque superiore a quello della Germania, al 12,2%. Nel periodo 2010-2019 per Francia, Germania e Italia il tasso di input di utilizzo circolare di materia è cresciuto da 17,5 a 20,1%, da 11 a 12,2% e da 11,5 a 19,3%, rispettivamente. Dopo anni di riduzione, per la Spagna l’indicatore si è riportato nel 2019 a livelli simili a quelli del 2010, arrivando a 10,2% a fronte del 10,4% del 2010. La Polonia, dopo una crescita del CMU all’11,6% nel 2015, ha ridotto il tasso di utilizzo circolare della materia a 9,8% nel 2019.

 

Alla luce delle attuali tecnologie di progettazione dei prodotti e di gestione dei rifiuti, i tassi di riciclaggio di materiali come plastica, carta, vetro e metalli possono e dovrebbero essere notevolmente aumentati in linea con le ambizioni politiche dell’UE. Tuttavia, nel complesso, il materiale riciclabile rimane una parte esigua della produzione, in media solo l’11,9% in tutta Europa. Il basso potenziale di circolarità è dovuto al fatto che una quota molto ampia della produzione di materiale primario è composta da:

○ vettori energetici, che sono degradati attraverso l’uso e per le leggi della termodinamica non possono essere riciclati,

○ materiali da costruzione, aggiunti al patrimonio edilizio, che viene riciclato dopo periodi molto più lunghi.

 

COMMERCIO DI MATERIE PRIME SECONDE TRA EUROPA E PAESI NON UE

Volumi di rifiuti e prodotti scambiati tra Europa e Paesi extra UE. L’indicatore si basa sulle statistiche del commercio internazionale delle merci (ITGS) pubblicato da Eurostat. L’am- bito di applicazione delle “materie prime riciclabili” è misurato estraendo dall’ITGS i codici di prodotto relativi ai materiali riciclati.

Unità di misura: Mt e k

 

Un quadro accurato del settore delle materie prime europee deve includere i movimenti di materie prime provenienti da rifiuti, cioè materie prime secondarie, che attraversano i confini sia come importazioni che come esportazioni, nonché di scambi intra-UE. Molti flussi di rifiuti non pericolosi sono considerati risorse preziose perché sono potenzialmente una fonte importante di materie prime. Nel complesso, i movimenti transfrontalieri di rifiuti riciclabili sono aumentati significativamente nell’ultimo decennio.

Questo set di indicatori è chiaramente rilevante per ottenere un quadro completo delle tendenze nei mercati delle materie prime secondarie, a livello nazionale e dell’UE, tant’è che viene utilizzato dalla Commissione europea, ad esempio, nel Raw Material Scoreboard.

Il calcolo degli indicatori di seguito descritti si basa sul documento “International Trade in Goods Statistics” (ITGS), pubblicato da Eurostat, da cui vengono selezionati determinati codici di materie, che possono essere considerate come materie prime riciclabili.

Complessivamente, l’UE nel 2019 ha importato da Paesi extra UE quasi 9 Mt di materie prime riciclabili. L’Italia ne ha importate oltre 620.000 t e insieme a Germania (più di 1,6 Mt), Spagna (oltre 1,4 Mt), Paesi Bassi (più di 1,3 Mt) e Grecia (circa 720.000 t) rappresenta quasi due terzi delle importazioni di tutta l’Unione. Nello stesso anno l’Unione europea ha esportato verso Paesi non UE quasi 25,5 Mt di materie prime riciclabili, più di 1,9 milioni delle quali provenienti dall’Italia (quasi l’8%), valore inferiore a Paesi Bassi (oltre 5,6 Mt), Belgio (più di 3,7 Mt) e Germania (quasi 2,9 Mt).

Quindi, nel 2019 il bilancio dell’import/export di materiale riciclato registra un export di quasi tre volte superiore all’import, segnalando non solo una potenzialità insoddisfatta di reimmissione di tale materiale nei processi produttivi interni, ma anche una movimentazione complessiva di oltre 34 Mt di merce. Una riduzione di questo sbilanciamento non solo aumenterebbe il tasso di uso efficiente dei materiali dei nostri modelli produttivi, ma anche minori costi ambientali per il trasporto.

Il nostro continente e il nostro Paese sembrano solo parzialmente indirizzati verso questo trend. Dal 2004 al 2019 l’Unione europea ha ridotto di circa un terzo le importazioni di materie prime riciclabili da Paesi non UE, l’Italia ha più che dimezzato tale valore (da quasi 1,5 Mt a 622.000 t), Francia e Spagna le hanno ridotte a un terzo (da 1,2 milioni a 413.000 t e da 4 milioni a 1,4 Mt rispettivamente). Nello stesso arco temporale risultano in controtendenza la Germania e la Polonia, dove le importazioni di materie prime riciclabili da Paesi extra UE sono aumentate rispettivamente di più del 20% (da quasi 1,4 a quasi 1,7 Mt) e di circa il 60% (da 65.000 a poco più di 100.000 t).

Questo andamento non è stato capace di contrastare l’incremento dell’export. Nel periodo 2004– 2019 l’esportazione di materie prime riciclabili verso Paesi non UE è aumentata complessivamente in Europa e in tutte le principali economie. In Italia tale valore è risultato più che quintuplicato, in Spagna è più che triplicato, mentre si è circa raddoppiato in Francia. Le esportazioni in Germania, dopo un aumento negli anni 2009–2012, sono tornate a valori circa pari a quelli del 2004. In Polonia, dopo un calo fra il 2004 e il 2006 e alcuni anni di sostanziale stabilità, le esportazioni sono quasi triplicate dal 2017 al 2019, arrivando a un valore più che raddoppiato rispetto al 2014.

 

COMMERCIO DI MATERIE PRIME RICICLABILI INTERNO ALL’UE

Volumi di rifiuti e prodotti scambiati tra Europa e Paesi UE. L’indicatore si basa sulle statistiche del commercio internazionale delle merci (ITGS) pubblicato da Eurostat. L’ambito di applicazione delle “materie prime riciclabili” è misurato estraendo dall’ITGS i codici di prodotto relativi ai materiali riciclati.

Unità di misura: Mt e kt

 

Gli scambi intra UE misurano le quantità di determinate categorie di rifiuti e sottoprodotti importati ed esportati fra i vari Paesi membri. Complessivamente gli scambi di materie prime riciclabili all’interno dell’Unione europea ammontano a 53 Mt. L’Italia ha importato da Paesi UE circa 6 Mt di materie riciclabili, valore inferiore solo a quello di Germania (quasi 9,4 Mt). Per quanto riguarda invece le esportazioni all’interno dell’Unione europea, nel 2017 l’Italia ha esportato 1,1 Mt di materie prime riciclabili, valore inferiore a quello delle principali economie europee. Mentre il Regno Unito ha quasi dimezzato le esportazioni di materie prime riciclabili nel periodo 2004-2017, gli altri principali Paesi europei hanno fatto registrare un aumento delle esportazioni, in particolare Spagna (+86%) e Italia (+51%). Eurostat non rende più disponibili i dati relativi alle esportazioni all’interno dell’UE, pertanto tale valore non può essere aggiornato al 2019.

Mentre la Francia ha fatto registrare una riduzione delle importazioni nel periodo 2004–2019 (-31%), in Germania, Italia e Spagna sono aumentate del 12%, 14% e 16%, rispettivamente. Nello stesso periodo, in Polonia sono più che quintuplicate.

 

INNOVAZIONE, INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE NEL RICICLO, NELLA RIPARAZIONE E NEL RIUTILIZZO

Il riciclo dei rifiuti, la riparazione e il riutilizzo sono alcune delle attività più tipiche di un’economia circolare. Per questo Eurostat ha realizzato e pubblicato un’analisi sull’innovazione valutata in base ai brevetti, all’andamento dell’occupazione e agli investimenti in questi tre settori di attività. In particolare:

○ numero di brevetti correlati alla gestione e al riciclaggio dei rifiuti;

○ ecoinnovazione;

○ occupazione;

○ investimenti privati;

○ valore aggiunto lordo.

 

NUMERO DI BREVETTI RELATIVI AL RICICLO E ALLE MATERIE PRIME SECONDE

L’indicatore misura il numero di famiglie di brevetti (di seguito indicate per semplicità come brevetti) relativi al riciclaggio e all’utilizzo di materie prime seconde. I settori in cui ricadono i suddetti brevetti sono stati individuati utilizzando i codici pertinenti nella classificazione dei brevetti cooperativi (CPC). Con il termine famiglia di brevetti si intende generalmente un gruppo di documenti brevettuali che, come una famiglia, sono collegati fra loro. Il collegamento è rappresentato da una comune priorità.

Unità di misura: n. di brevetti

 

L’innovazione svolge un ruolo chiave nella transizione verso un’economia circolare, creando nuove tecnologie, processi, servizi e modelli di business. Una valutazione dell’innovazione e dei progressi tecnologici può essere fatta attraverso le statistiche sui brevetti.

Nel 2016 nell’Unione europea sono stati depositati 269 brevetti, di cui oltre la metà da Germania (67 brevetti, pari al 25%), Polonia (45, pari al 17%) e Francia (36, pari al 13%). L’Italia 14 (il 5% del totale), collocandosi all’ultimo posto rispetto alle principali potenze europee.

Nel periodo 2012-2016 il numero di brevetti ha un trend decrescente per la Germania, che passa da 95 a 67 (-29), e per la Francia che va da 45 a 36. In Spagna passa da 22 a 29 brevetti, mentre in Polonia è praticamente costante, da 42 a 45.

 

Per quanto riguarda l’Italia, dopo un periodo (2008-2013) in cui il numero di brevetti era aumentato significativamente, nel 2016 si è tornati a valori di poco superiori a quelli del 2004.

 

Occupazione

 

PERSONE OCCUPATE IN ALCUNI SETTORI DELL’ECONOMIA CIRCOLARE (RICICLO, RIPARAZIONE E RIUTILIZZO)

L’indicatore è dato dalla percentuale del numero di persone occupate in alcuni settori dell’economia circolare rispetto all’occupazione totale per permettere la comparazione tra Paesi. I settori dell’economia circolare presi in considerazione sono quelli del riciclo, della riparazione e del riutilizzo. Gli occupati sono definiti come la somma del numero di persone che lavorano direttamente nelle aziende e del numero di persone che lavorano al di fuori di esse ma il cui impiego dipende dalle stesse (es. rappresentanti di vendita, personale addetto alle consegne, squadre di riparazione e manutenzione, ecc.). Sono esclusi dal conteggio la manodopera fornita da imprese terze, le persone che svolgono lavori di riparazione e manutenzione all’interno dell’azienda, ma per conto di imprese esterne, nonché coloro che prestano servizio militare obbligatorio.

Unità di misura: % rispetto al totale degli occupati del Paese considerato

 

Nel 2018 nell’Unione europea a 27 le persone occupate nei settori dell’economia circolare presi in considerazione sono oltre 3,5 milioni, in Italia 519.000, attestandosi seconda dopo la Germania (680.000 occupati). Se però si analizza il dato in percentuale rispetto al totale degli occupati, nell’Unione europea le persone impiegate in alcuni settori dell’economia circolare sono l’1,71%, mentre in Italia rappresentano il 2,05%, valore superiore alla media UE28, ma inferiore a quello registrato in Lettonia (2,66%), Lituania (2,72%), Croazia (2,5%) e Polonia (2,18%). Nel periodo 2014-2018 l’UE27 ha visto crescere l’occupazione nei settori dell’economia circolare presi in considerazione, in termini assoluti, del 3% (da 3,43 a 3,55 milioni di occupati). Fra i cinque principali Paesi, il numero maggiore di occupati è presente in Germania (680.000, +9% rispetto al 2014), seguita dall’Italia (519.000, +3% rispetto al 2014), Spagna (399.000, +15% rispetto al 2014) e Polonia (358.000, +7% rispetto al 2014). Analizzando il dato in percentuale sul totale degli occupati l’Italia ha un tasso di occupazione in alcuni settori dell’economia circolare pari a 2,05%, seconda solo alla Polonia (2,18%) e superiore a tutti gli altri Paesi considerati: Spagna 2,01%, Germania 1,52% e Francia 1,64%.

 

Passando all’analisi del trend, osserviamo che nel periodo 2008-2018 l’Italia ha visto diminuire il numero di occupati nei tre settori dell’economia circolare presi in considerazione sia in termini assoluti (da 549.857 del 2008 a 519.000 del 2018, -6%) sia in termini di percentuale rispetto agli occupati totali (da 2,17 del 2008 a 2,05% del 2018, -0,12 punti percentuali). Nello stesso periodo l’occupazione in Italia è scesa di un punto percentuale.

 

INVESTIMENTI LORDI IN BENI MATERIALI NEL RICICLO, NELLA RIPARAZIONE E NEL RIUTILIZZO

L’indicatore misura gli investimenti lordi in beni materiali nei settori del riciclaggio, del- la riparazione e del riutilizzo, definiti e approssimati alle attività economiche della classificazione NACE. L’investimento lordo in beni materiali è riferito all’investimento effettuato nell’arco di un anno su tutti i beni materiali, inclusi quelli nuovi ed esistenti, acquistati da terzi o prodotti per uso proprio (cioè produzione capitalizzata di beni strumentali), con una vita utile superiore a un anno, compresi beni materiali non prodotti (es. terreni). Sono esclusi dall’indicatore gli investimenti in attività immateriali e finanziarie. L’indicatore è espresso rispetto al PIL ai prezzi di mercato dell’anno corrente.

Unità di misura: % rispetto al PIL

 

Nel 2018 gli investimenti nel settore dell’economia circolare nell’Unione europea a 27 sono stati pari a 16.000 M€, lo 0,12% del PIL. In valore assoluto l’Italia con 1.945 M€ di investimenti risulta al 1° posto seguita dalla Spagna; la percentuale rispetto al PIL per l’Italia è pari a 0,11%, in linea con la media europea. Per quanto riguarda il confronto con i cinque Paesi principali dell’UE nell’arco temporale 2014-2018 solo la Francia e la Polonia registrano variazioni negative sugli investimenti. Germania, Spagna e Italia, invece, segnano rispettivamente +7, +5 e +2 punti percentuali.

Nel periodo 2014-2018 gli investimenti in beni materiali nei 3 settori dell’economia circolare in Italia sono stabili intorno al 1% rispetto al PIL.

 

Valore aggiunto relativo a tre settori dell’economia circolare

 

VALORE AGGIUNTO AL COSTO DEI FATTORI NEI TRE SETTORI DELL’ECONOMIA CIRCOLARE

Il valore aggiunto al costo dei fattori è il reddito lordo (differenza tra valore della produzione e costi sostenuti per l’acquisto di input produttivi) derivante dalla produzione di beni e servizi, dopo l’adeguamento per sovvenzioni di funzionamento e imposte indirette. Può essere calcolato come somma del fatturato, della produzione, degli altri proventi operativi, a cui vanno sottratti: acquisti di beni e servizi; altre imposte su prodotti che sono legati al fatturato ma non deducibili; dazi e tasse legate alla produzione (es. IVA, imposte indirette sulle importazioni, altre imposte indirette). Non viene calcolato l’ammortamento.

Unità di misura: % rispetto al PIL del Paese considerato

 

Il valore aggiunto dell’intera Unione europea relativo ai tre settori considerati dell’economia circolare (riciclo, riparazione e riutilizzo dei rifiuti) nel 2018 è stato di 130.800 M€, pari all’1% del totale dell’economia. In Italia il valore aggiunto è stato di 19.457 M€, l’1,1% del totale, in linea con il dato UE. Il valore più alto in termini assoluti è stato raggiunto dalla Germania con 34.780 M€. Nel 2018 rispetto alle altre quattro principali economie europee, in termini assoluti l’Italia è al 3° posto dopo Germania e Francia (22.205 M€). La Spagna ha registrato nello stesso anno un valore aggiunto di 12.981 M€, collocandosi subito dopo l’Italia, infine la Polonia con 4.967 M€. Se si analizza l’andamento del valore aggiunto dei tre settori considerati dell’economia circolare rispetto al valore aggiunto complessivo, si nota che la Polonia dal 2014 al 2017 ha fatto registrare il valore più alto tra le cinque principali economie europee analizzate per poi scendere bruscamente nel 2018. L’Italia dal 2014 fa registrare una percentuale del valore aggiunto superiore a quella ottenuta da Francia, Germania e Spagna, con una media di 1,08%.

Il valore aggiunto in Italia tra il 2009 e il 2018 è salito da 14.522 M€ a 19.457 M€, in termini percentuali è passato da 0,92% a 1,11% del PIL.

 

CONFRONTO TRA LE PERFORMANCE DEI PRINCIPALI PAESI EUROPEI SULL’ECONOMIA CIRCOLARE

In questo capitolo si illustrano le performance di economia circolare dell’Italia rispetto agli altri principali Paesi europei: Germania, Francia, Spagna e Polonia. Le valutazioni sulla performance si basano sui risultati raggiunti dai Paesi nelle quattro aree analizzate nei capitoli precedenti:

1 PRODUZIONE

2 CONSUMO

3 GESTIONE DEI RIFIUTI E MATERIE PRIME SECONDE

4 INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE NEL RICICLO, NELLA RIPARAZIONE E NEL RIUTILIZZO

La valutazione delle performance è effettuata mediante la comparazione dei risultati ottenuti dall’Italia rispetto al resto dell’Unione europea e, in particolare, rispetto alle altre quattro più grandi economie continentali. Partendo dagli indicatori delle singole aree analizzate si è proceduto con la costruzione di quattro indici di performance:

1 Indice di performance sulla produzione

2 Indice di performance sul consumo

3 Indice di performance sulla gestione dei rifiuti e di performace sull’utilizzo delle materie prime seconde

4 Indice di performance in innovazione, investimenti, occupazione nei tre settori dell’economia circolare

Ciascuno di questi indici è costruito considerando l’andamento degli indicatori specifici dell’area analizzata ai quali viene attribuito un punteggio differente in funzione dell’importanza che l’indicatore riveste per l’economia circolare. L’anno di riferimento considerato per gli indicatori è l’ultimo disponibile. Si è poi proceduto alla riduzione di questi Indici di performance in un solo Indice di sintesi che si propone di rappresentare il livello di avanzamento verso la circolarità di queste economie: l’Indice di performance sull’economia circolare.

 

Indice di performance sull’economia circolare

 

Sulla base di questa metodologia, l’Indice di performance sull’economia circolare, che valuta la prestazione complessiva dei Paesi, è dato dalla somma dei punteggi ottenuti dai cinque Indici di performance delle aree analizzate. L’Italia per il terzo anno consecutivo ha l’Indice di performance sull’economia circolare migliore con 79 punti, seguita dalla Francia con 11 punti in meno e da Germania e Spagna con 14 punti in meno. La Polonia è all’ultimo posto con 54 punti. Riguardo alle performance dell’anno precedente si nota un andamento stabile per tutti i Paesi. Si deve però evidenziare che Italia, Francia e Polonia perdono punti rispetto allo scorso anno (rispettivamente -1 e -2 e -5 punti), mentre i Paesi che hanno migliorato le loro performance di economia circolare sono la Germania (+2 rispetto all’indice 2020) e la Spagna (+6 rispetto all’indice 2020).

 

Indice di performance sulla produzione

La valutazione delle performance di produzione lette in chiave di economia circolare è stata effettuata prendendo in considerazione i seguenti indicatori:

○ produttività delle risorse in euro per kg (indicatore con punteggio doppio);

○ produttività energetica (indicatore con punteggio doppio);

○ indice di produttività totale delle risorse;

○ produzione complessiva dei rifiuti rispetto al consumo interno dei materiali.

I risultati migliori dal punto di vista della produzione sono stati raggiunti dall’Italia, che ottiene 26 punti, con un distacco di 5 punti dalla Francia grazie ai buoni risultati in termini di produttività delle risorse ed energetica. Al terzo posto si trova la Germania (18 punti), al quarto la Spagna (16 punti) e al quinto posto la Polonia (10 punti). Rispetto all’anno precedente l’Italia è stabile al primo posto ma senza miglioramenti significativi, ottenendo infatti lo stesso punteggio del 2020.

 

Indice di performance sul consumo

La valutazione delle performance di consumo è stata effettuata prendendo in considerazione i seguenti indicatori:

○ consumo interno di materiali;

○ consumo di energia da fonti rinnovabili;

○ riparazione e riutilizzo (indicatore con punteggio doppio);

Il Paese con le migliori performance di consumo è la Spagna, che ottiene 16 punti, seguita dalla Francia. Al terzo posto la Germania con 12 punti, al quarto l’Italia 10 punti e all’ultimo la Polonia 8 punti. Rispetto all’indice 2020, l’Italia è stabile e per il secondo anno consecutivo non si registra nessuna crescita.

 

Indice di performance sulla gestione dei rifiuti e di performance sull’utilizzo delle materie prime seconde

Gli indicatori presi in considerazione per la valutazione delle performance di gestione dei rifiuti e utilizzo circolare di materia sono:

○ produzione dei rifiuti urbani;

○ produzione di tutti i rifiuti;

○ riciclo dei rifiuti urbani;

○ riciclo di tutti i rifiuti (indicatore con punteggio doppio);

○ smaltimento in discarica;

○ tasso di utilizzo circolare di materia.

Il Paese con le migliori performance di gestione dei rifiuti e utilizzo circolare di materia è l’Italia con 32 punti, seguita da Francia (26 punti), Germania (23), Polonia (21) e Spagna (18). Rispetto all’anno precedente l’Italia e la Francia sono stabili al primo e secondo posto ma perdono entrambe 1 punto rispetto all’indice del 2020, a differenza della Germania e della Spagna che crescono rispettivamente di 1 e 3 punti. La Polonia, al contrario, ne perde 2.

Indice di performance in innovazione, investimenti e occupazione nei tre settori dell’economia circolare

Gli indicatori dell’innovazione presi in considerazione per la valutazione delle performance nell’economia circolare sono:

○ numero di brevetti;

○ occupazione;

○ valore aggiunto;

○ investimenti.

Sulla base dei risultati raggiunti per i singoli indicatori la Spagna e la Polonia sono al primo posto con 15 punti, seguite dalla Germania con 12 punti. Al terzo posto l’Italia con 11 punti e al quarto la Francia con 7 punti. Rispetto al 2020, la Germania, la Francia e l’Italia hanno la stessa posizione in classifica.

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