Il mondo che ci circonda è oggi in continuo e veloce cambiamento. Basti pensare alla globalizzazione, ad internet, all’impatto dei social network, alle nuove tecnologie, alle nuove fonti di energia, alla recessione e così via.
La trasformazione mondiale in atto comporta anche l’affermarsi di un nuovo paradigma economico che naturalmente si sta affermando anche in Italia (parte integrante del nuovo villaggio globale). 

 
Si impone sempre più una “Networked Economy” che vede il tramonto dello slogan degli anni settanta “piccolo è bello” e nella quale la “fabbrica” perde il suo ruolo centrale ed invece la produzione e la sperimentazione di “Conoscenza Condivisa” diviene un indispensabile fattore di successo, “moneta” e risorsa chiave.  
Questo nuovo paradigma economico impone un cambio anche di paradigma organizzativo, sempre più flessibile ed innovativo. 

 
Da qui le reti di impresa come nuova forma organizzativa che permette alle micro e piccole imprese di fare massa critica intorno a progetti scaturiti dalla cooperazione tra aziende differenti che si collegano in rete fra loro per la durata di un dato progetto sfruttando una “economia basata sul sapere”, fatta di conoscenze e di relazioni, per produrre un nuovo valore, per accrescere individualmente e collettivamente la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato - pur mantenendo la loro autonomia ed indipendenza.
 
La rete diventa “un salto culturale”, efficace strumento di politica industriale per affrontare al meglio un periodo di recessione e di cambiamento e un’importante occasione per evolvere anche sotto il “profilo imprenditoriale”.
Questa innovativa forma di aggregazione tra imprese dimostra di raccogliere sempre maggiori consensi presso le imprese italiane. Ad oggi si è ormani superato il numero di 2.500 contratti di rete stipulati con oltre 13.000 imprese coinvolte.
 
Ricordo di aver letto sul blog di Simone Teso la metafora della mano che ben sintetizza le idee sopra riportare:
“La nostra mano è composta da 5 dita, se prendiamo un singolo dito ci accorgiamo che nessuno di essi è uguale all’altro, perché ciascun dito ha una funzione propria e peculiare; ma se lo prendiamo singolarmente, qual è la sua forza? Pochissima! Prese singolarmente le cinque dita sono fragilissime. Ma se queste dita si stringono in un pugno e si coordinano con la tecnica e la volontà di colpire nel modo giusto e di vincere, di essere competitive, allora queste cinque dita, così fragili individualmente, assumono una forza devastante”.
 
Articolo redatto da Francesco Cacchiarelli il 28-01-2016